venerdì 10 settembre 2010

IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA

 “La vera sfida dei sognatori è di riuscire a fare i conti con la realtà”. 

Tema: parliamo di coprifuoco.
Svolgimento: Rovyna non ha sonno.



Un tema che non è mai stato in agenda finora ma che ha molto a che fare con le nostre rivendicazioni: il diritto di essere quello che siamo, il diritto di ballare e di divertirci, il diritto di esistere, di costruirci un’identità nel lavoro e nel loisir. Scontato? Una grande rivendicazione degli anni ’40 è la “888” (8 ore di lavoro, 8 di sonno e 8 di libertà): oggi le nostre rivendicazioni sono apparentemente banali, ma necessarie in quanto negate. Vogliamo sentire di non subire passivamente le decisioni prese dall’alto, vogliamo sentire di avere il potere di intervenire, in questa Milano dove vengono spazzate via molteplicità di esperienze, di culture.
    Dunque i coprifuoco sono 3 al momento: in via Padova, quello storico cui sono seguite diverse mobilitazioni molto partecipate dal basso (rinnovato il 31 luglio), in via Paolo Sarpi, passato più sotto silenzio (verrà rinnovato il 31 gennaio 2011), e in Corvetto, dove verrà rinnovato il 16 di ottobre. Ma perché esiste il coprifuoco a Milano? Storicamente è uno strumento adottato nei casi di guerra, di serio pericolo, legato a situazioni estreme che vanno aldilà dei problemi di integrazione. L’equazione è coprifuoco=sicurezza e la sicurezza, si sa, è lo slogan grazie al quale il Comune (ma il Centrodestra in generale) ha dato significato alla crisi sociale ed economica.
    È ovvio che non si tratta di un intervento serio. Innanzitutto il coprifuoco termina alle 3 di notte, anticipando di fatto di solo un’ora l’orario di effettiva chiusura dei locali; ma soprattutto non raggiunge l'effetto desiderato: svuotando la città crea nel buio della sera e della notte molta più insicurezza e pericolo. È invece un fatto di propaganda e di cultura, perché il coprifuoco discrimina in almeno due sensi:
  • in un senso più specifico, colpendo quei locali come il Moonshine di Corvetto (o il Borgo del Tempo Perso) che, non usufruendo delle deroghe concesse dal Comune ad altri ristoranti e bar, sono costretti a chiudere a mezzanotte; 
  • in un senso più generale, creando ghetti di persone sbagliate, da sorvegliare con i militari  e con un controllo da situazione di guerra.
    Un caso esemplare, anche se con diverse peculiarità è rappre- sentato dalla zona Corvetto: dagli anni ’90 Corvetto è terreno fertile per la criminalità organizzata e lo spaccio di droga; non è un posto in cui è facile stare, è stata nominata “Repubblica Indipendente della Delinquenza”, presa di mira anche da Beppe Grillo che scrive che Corvetto è la realizzazione dello Stato Padano, ovvero una cellula secessionista di Milano, colpevolizzando gli abitanti di Corvetto e non comprendendo la questione malavitosa. Allo stesso tempo in Corvetto ci sono molte associazioni, di mamme che coltivano orto della scuola, gruppo di acquisto popolare, solidale, libreria che invita le mamme incinte che leggono storie etc. Il problema è stato creato all’origine da una totale e selettiva dimenticanza di urbanistica, una ghettizzazione strumentale, che prosegue tuttora tramite gli sgomberi (tra giugno e settembre), lo svuotamento delle case Aler e, appunto, il coprifuoco. Come dice Sandro De Riccardis (giornalista di Repubblica) le ordinanze del Comune di Milano non hanno fermato la malavita, e soprattutto hanno solo contribuito a peggiorare il volto di una zona che da sempre è stata luogo di immigrazione, dalla fine degli anni ’60, ma che solo con il degrado degli ultimi vent’anni è diventata la zona degradata che conosciamo.
    Riallargando il focus, inizieremo a parlare di coprifuoco in generale: Rovyna non vuole stare in casa, Rovyna vuole stare per strada, ad ascoltare la viva voce delle persone. Rovyna non crede che siano tutti davvero d’accordo con le soluzioni adottate dal Comune di Milano, è convinta come sempre di dover raschiare un po’ la scorza dura della disillusione per poter dare spazio ai reali desideri. Rovyna non ha paura di metterci la faccia, non teme il confronto con la difficoltà che le Milanesi e i Milanesi provano nel raccontare i sogni che fanno sul vivere la città. Rovyna scende in campo, di nuovo. Rovyna non ha sonno.

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