Rovyna non è una di loro, Rovyna è una degli altri.
Le altre e gli altri, i cassaintegrati, disoccupati, precari, operai o call-center o web designer, che si barcamenano e salgono sui tetti per ricordarci che per vivere bisogna lavorare.
Le altre, le donne che che si sentono continuamente figlie di un dio minore nel loro correre sempre per essere lavoratrici, madri, libere di essere pari.
Le altre e gli altri, gli immigrati, ultimi tra gli ultimi, che vanno bene nei cantieri e come badanti ma per poi disprezzarli se vivono dentro le baracche di Rosarno, di Via Padova o al CIE di via Corelli.
Le altre e gli altri, chi ha il coraggio di seguire l’inclinazione del proprio desiderio sessuale e di realizzare la propria identità ma che per questo non ha gli stessi diritti.
Le altre e gli altri, quelli che non si rassegnano a sognare solo di vincere a win for life e provano a costruire progetti e creatività, ad indignarsi ancora per le ingiustizie e le disuguaglianze.
Rovyna è una tra questi altre e altri, lavora e vive, si diverte, ama a Milano e ama Milano e la Lombardia.
Formigoni non si occupa di lei e Rovyna si preoccupa per sé e per “gli altri”.
Le altre e gli altri sono tanti, la maggioranza, ma sono invisibili.
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